Chi siamo? Il bello di essere se stessi

Chi siamo? Il bello di essere se stessi

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Chi siamo: come arriviamo ad essere esattamente ciò che siamo e quanto e come il mondo esterno ci influenza in questo processo di crescita?Ecco alcuni spunti per comprendere meglio come si definisce la nostra identità.

Nel corso della vita l’individuo costruisce “ l’identità sociale”.Questa categoria è composta da due parti: una privata per se stessi e una pubblica per gli altri.Ognuno di noi è portatore di emozioni, di modi di pensare e di abitudini che sono stati acquisiti nel corso dell’intero ciclo di vita a partire dall’infanzia. Questo bagaglio costituisce la nostra ricchezza e la nostra specificità; talvolta però questo stesso bagaglio di esperienza  portare con se motivi di disagio e sofferenza.
Al momento della nascita ogni bambino già possiede una microstoria che è fatta dalle percezioni che i genitori proiettano sul di lue/lui. I genitori percepiscono il proprio figlio in base a quella che è stata la loro storia personale, nella propria famiglia di origine. Questo determina una specie di ipoteca nell’avvicinarsi emotivamente  al bambino che influirà nel futuro rapporto. Infatti nel vissuto genitoriale, l’esperienza di essere stato figlio, difficilmente riesce ad essere  separata dall’esperienza di essere genitore oggi.
Così il bambino si trova ad avere due genitori che sono contemporaneamente ancora figli dei propri genitori, questo incide sulla mappa concettuale che successivamente si formerà.
La coppia genitoriale è infatti responsabile di quello che viene definito come processo di  “socializzazione primaria” attraverso cui il bambino impara un certo modo di vivere, che è fatto di abitudini, routine e modi di essere che riflettono la cultura della sua famiglia e/o del contesto di vita in cui si trova a crescere.
In altre parole, con la socializzazione primaria il bambino interiorizza il mondo dei genitori. In questo modo si pongono le basi per una costruzione della personalità che è sintonica con la cultura nella quale si vive (Benedict, 1960). Il bambino si trova a cosi ad assimilare nei primi anni di vita quella che è la struttura culturale della società in cui vive. Non sempre questo passaggio è indolore,le ribellioni e le crisi di opposizione, spesso rappresentano la volontà del bambino di  affermare il proprio io in termini differenti da quello che i genitori vorrebbero.

Chi siamo: Essere e dover essere.
La crescita del bambino si struttura come una storia a doppio binario, ovvero una storia di superficie fatta da tutti quei comportamenti, quelle abitudini e quei pensieri che privilegiano la sintonia con il mondo dei propri genitori, che è il mondo sociale, e una storia sotterranea, dove albergano le opposizioni, ovvero, quei comportamenti e quei pensieri che sono poco sintonici con il mondo genitoriale.In pratica, si crea una distanza fra quello che il bambino è e quello che in realtà deve essere se vuol continuare ad avere l’affetto dei propri genitori, la stima sociale dei suoi coetanei e di tutti quelli adulti con cui si interfaccia nel corso della suo ciclo di vita.
In questa maniera si sviluppa quello che Fromm, definisce il “carattere sociale”, ovvero una struttura di personalità che è sintonica con l’ambiente nel quale il bambino vive.
I due mondi, in realtà, procedono per percorsi paralleli. Il primo si ipertrofizza e si implementa grazie ai riconoscimenti sociali che il piccolo riceve e che gli fanno adottare, in modo completo e profondo, le caratteristiche sociali del contesto in cui è immerso.
L’altro mondo, quello sotterraneo, vive di riverberi, che sono fatti di altri bisogni, di desideri ed di un’idea della vita che spesso non coincide con quella delle aspettative genitoriali.
Il bambino vorrebbe, ma non può.In questo periodo la sua storia è fatta da due movimenti contrastanti, che sono l’obbedienza e la disobbedienza. Per  non perdere l’affetto dei propri genitori e delle altre persone importanti  che entrano nella sua vita deve essere obbediente, mentre l’amore per la libertà e per la sperimentazione lo spingono alla disobbedienza.In questa fase, come ci indica Piaget (1972), la morale del bambino è eteronoma, cioè deriva dai divieti posti dalla volontà genitoriale, che sono vissuti come norme esterne.
La crescita dell’individuo, dal punto di vista sociale, si completa nel corso degli anni con quella che Berger e Luckmann (1969) chiamano “socializzazione secondaria”, quel processo che induce ad interiorizzare i saperi e che determina il possesso di un lessico, di una metodologia e di un idea della realtà sintonica con le proprie scelte di vita.
Attraverso questo lungo percorso l’individuo acquisisce la propria identità sociale, che come Dubar (2004) avverte, è costituita da due componenti, cioè l’identità per sé e l’identità per l’altro.
In pratica, nel corso della storia individuale, le due parti, da cui è composta l’identità sociale, si strutturano attraverso due processi ben precisi:
– attraverso la propria storia di vita o biografia si costruisce l’identità sociale per sé,
– attraverso le interazioni sociali si realizza l’identità per l’altro.
L’individuo costruisce questa idea di sé, tramite quello che è, ma in tale identità sono contenuti anche i germogli di quello che non è e che, di fatto, vorrebbe essere. L’identità per l’altro si costituisce nel corso della propria storia mediante le varie esperienze che portano a stare con gli altri.In tali circostanze, noi forniamo il materiale, attraverso il mostrarci, l’essere e il reagire, che consente agli altri di farsi un’idea di noi.

Chi siamo: Perdersi e ritrovarsi..
In alcune circostanze, specificatamente nelle situazioni di stress, l’identità per sé si sfibra nelle due parti da cui è composta, ovvero quella palese che ha costituito l’immagine che si ha di sé e quella più intima dove sono sepolti  bisogni e i desideri.
In queste situazioni  tale parte profonda di sé reclama il bisogno di uscire allo scoperto inviando segnali, che fanno aumentare l’insoddisfazione e il senso di infelicità.
In questo frangente diventa fondamentale dare voce a questa parte di se stessi,far emergere quello che per diverso tempo si è tenuto ai margini. Attraverso un percorso di psicoterapia  si può tornare a riappropriarsi di quella parte di sé fatta di creatività e capace di  dare un senso diverso alla propria vita, al proprio lavoro, ai rapporti con gli altri.Attraverso la riscoperta di sé si puo tornare a provare il piacere di essere se stessi, liberandosi  da vincoli o catene, che il più delle volte sono solo nella  nostra mente (Bauman).